GNGTS 2014 - Atti del 33° Convegno Nazionale
198 GNGTS 2014 S essione 2.2 accelerazione sismica orizzontale attesa. Nei metodi di analisi dinamica semplificata il valore della tensione tangenziale media indotta dal sisma può essere determinato mediante specifiche analisi di risposta sismica locale, condotte in tensioni totali oppure in tensioni efficaci. Alle diverse profondità in cui sono presenti materiali potenzialmente liquefacibili e in corrispondenza dei quali devono essere effettuate le verifiche, l’azione sismica che innesca il fenomeno può essere determinata a partire dalla storia temporale delle tensioni tangenziali τ(t). Il rapporto di tensione ciclica CSR M può quindi essere valutato direttamente mediante la seguente relazione: dove τ max è il valore massimo delle tensione tangenziali τ(t). Il rapporto di resistenza ciclica CRR è definito dalla relazione: ove τ f è la resistenza ciclica. In accordo con Idriss e Boulanger (2008), il termine CRR è generalmente stimato mediante abachi, a partire dai risultati di prove in sito di tipo SPT, CPT o da misure di velocità di propagazione delle onde di taglio. Negli abachi, tipicamente, è riportato in ordinata il carico sismico ed in ascissa la resistenza del terreno normalizzata, stimata attraverso una delle prove in sito richiamate in precedenza. Una curva separa i punti rappresentativi di case-histories per le quali si è osservato il fenomeno della liquefazione (giacenti sopra la curva limite) da quelli per i quali la liquefazione non è avvenuta (giacenti sotto la curva limite). Come già menzionato, tali abachi sono relativi a terremoti di magnitudo M w =7.5. La curva limite rappresenta quindi il luogo dei valori corrispondenti alla resistenza ciclica CRR M=7.5. Metodi per la selezione della magnitudo di riferimento. Come già messo in evidenza nell’introduzione, l’accelerazione di picco a max da approccio probabilistico (e quindi relativa ad un certo T R ) è il risultato non di un singolo valore di magnitudo ma del contributo delle differenti magnitudo che concorrono alla pericolosità di un sito. In queste condizioni, per la definizione dell’azione sismica con i metodi semplificati, quale valore di magnitudo e quindi quale MSF deve essere utilizzato? Nella pratica ingegneristica è comunemente utilizzato un singolo valore di magnitudo, anche se la scelta non è univoca. In alcuni casi, è stata utilizzata la massima magnitudo attesa all’interno della zona sismogenetica in cui ricade il sito in esame (p. es. Facciorusso e Vannucchi, 2009) con riferimento alla zonazione ZS9 (Gruppo di Lavoro MPS, 2004) o la massima magnitudo potenziale desunta dall’individuazione dei terremoti storici e/o dalle dimensioni della faglia (p. es. Lanzo et al ., 2014); in altri è stata utilizzata la magnitudo media oppure la magnitudo modale (cioè quella che produce il maggior contributo alla accelerazione di picco per il tempo di ritorno di interesse), o ancora la maggiore di quelle summenzionate in modo da effettuare una scelta conservativa. Altri autori (Finn e Wightman, 2007; Finn, 2008) suggeriscono due metodi più sofisticati, il primo basato sulla disaggregazione della magnitudo e l’altro sull’analisi di pericolosità con magnitudo pesate. Tali metodi, per quanto più laboriosi, consentono di gestire in modo più razionale l’accelerazione di picco derivante da uno studio probabilistico e la sua relazione con le magnitudo delle diverse sorgenti sismogenetiche che concorrono alla pericolosità. Metodo della disaggregazione della magnitudo. La disaggregazione consente di definire il contributo alla pericolosità di un sito di diverse sorgenti sismogenetiche a distanza D capaci di generare terremoti di magnitudo M. Espresso in altri termini il processo di disaggregazione in M-D fornisce il terremoto che domina lo scenario di pericolosità (terremoto di scenario) inteso come l’evento di magnitudo M a distanza D dal sito oggetto di studio che contribuisce maggiormente alla pericolosità sismica del sito stesso.
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